lunedì 11 febbraio 2013

Il passato



 I fiori sono il mio mestiere, la mia gioia quotidiana e la mia dannazione.
Un fiore. I fiori. Comporre i fiori è un’arte semplice, ma un fiore rimanda subito ad un qualcosa di altro dietro le sue corolle, un’emozione, un sentire profondo. Amo comporre i fiori e immaginarli simili alla persona che me li chiede, a ciò che ho letto nello sguardo, un lampo fuggevole, un piccolo gesto della mano, l’insicurezza dell’innamorato giovane o lo studiato manierismo di chi sa vivere e sa già cosa significheranno quei fiori.
I due gemelli ad esempio venivano sempre insieme, il sabato mattina, a comprare fiori: li guardavano tutti, si guardavano e sempre sceglievano cinque rose nere e tre anemoni gialli : quale magia nella scelta, immaginatevi un mazzo di fiori così, nero e giallo,  io poi aggiungevo un po’ di gipsofila e tutt’intorno l’edera verde ed ecco che in quel mazzo di fiori sta tutta la loro tragedia.
Ma come mai, chiederete voi, sono giunti a tanto?

Non so se sarò capace di darvi una spiegazione, ma io so cosa c’era dietro i loro occhi, lo so perché i fiori me l’hanno detto da sempre, si sapeva che sarebbe stato così, che qualcosa stava per accadere.
Allora guardate queste rose nere, la loro bellezza inusitata, spavalda e tetra come vi colpisce, come permette alla vostra anima di entrare in uno scenario di passione sordida, di qualcosa che sta tra l’amore profondo e il gioco, complice la morte e l’anemone giallo ride, ma di un riso amaro, sboccato, troppo intenso vicino ad una rosa nera. Per questo aggiungevo a mia discrezione la gipsofila bianca che smorzava un poco quel contrasto terribile, sì terribile perché rappresentano due mondi che si attraggono irresistibili, con un magnetismo di morte,ma emanano un amore grande che va oltre loro e li unisce.
Ogni tragedia porta in sé questo seme, trascendere il comune, il noto, quel vivere quotidiano fatto di noia, di gesti già vissuti, ieri, oggi e domani.
Ma torniamo a loro, ora vi spiego quello che so o che ho capito, io, fioraia, nella mia piccola testa di donna, ma i fiori possono parlare al mio cuore e da lì cercherò di svelare qualcosa di questo mistero: sapete è facile giudicare, armare la propria bocca di parole sprezzanti, in una storia come questa ognuno di voi potrebbe lanciare un monito, ma solo per paura, per difendere se stesso, perché sa che in fondo alla sua anima c’è sempre qualcosa di sordido, di putrido. Anche i fiori dopo un po’ puzzano e si portano dietro proprio questo aspetto, la bellezza e il profumo fuori, il marcio sotto, dentro. Entrambi sono il fiore, profumo fragranza e odore di marcio. Ognuno di voi che ora mi guarda ha questo nel suo cuore, ve lo leggo nello sguardo quando venite a comprare fiori per qualcuno. Li mettete nel vaso, poi dopo due giorni, sfioriti, li buttate via e non pensate di guardarli, di vedervi l’analogia della vostra vita. Sì, mi perdo ogni tanto in chiacchiere, torniamo a loro.
Non so se li avete mai visti, ma ve li descrivo.
Lui, alto, magro, un po’ statuario, biondo, di una bellezza d’altri tempi, ma nell’incedere si notava qualcosa di estraneo a lui, come se non vivesse proprio del tutto in questo mondo, i piedi galleggiavano nel passo morbido, le anche flessuose, un che di femminile nelle movenze. Ma la cosa particolare erano gli occhi, due zaffiri azzurro ghiaccio, sì di ghiaccio, quando lo guardavi potevi perderti in quello sguardo, duro, vacuo,, privo di sentimento, si potrebbe dire, o che celava una tragedia già prospettata nell’anima, tragedia per la quale non era possibile altro che una fine violenta, un vivere se stesso strappato tra due elementi, la bellezza, l’armonia e la raggelante sicurezza di non riuscire ad amare, se non attraverso il dolore, la pena, la colpa, il martirio, ma non per una giusta causa, ma per poter salire sopra, andare oltre.
Immaginatevi il mazzo di fiori nero e giallo circondato dal verde macchiato dell’edera: austerità, potenza, ma potenza del nero. Quando tirava fuori il denaro dalla tasca dei pantaloni per pagare guardavo le sue mani bianche, diafane, dalle lunghe dita affusolate, chissà avrebbe potuto fare il pianista, già ,che ridere, me lo immaginavo muovere le dita sulla tastiera con leggera maestria, sciogliere quel nodo della sua anima nella musica, maledetta e maestosa. Ma non fece mai il pianista, era un mio gioco, faceva il netturbino, puliva le strade di notte. Chissà amava la notte, ve lo dico io, sicuramente viveva di notte, la notte è popolata di individui strani, pensate agli scarafaggi, vivono di notte, si muovono solo con il buio, emettono un rumore agghiacciante, proviene da un altro mondo, un mondo di fantasmi, già ci fa paura la notte o ci affascina, come la rosa nera, passione e morte, qualcosa di sublime. Perchè mi guardate con quell’aria interrogativa, che ne so io di psicologia?
Non so, non me ne intendo di quella,non leggo riviste di moda, non ho tempo, ma osservo la gente che vedo, quando entra nel negozio, studio le mosse, immagino la loro vita, i loro pensieri, e vedo l’uomo e lo amo come amo i miei fiori. Sono uguali, sapete, uomini e fiori, fiori e anime, lo stesso problema. Ecco, ma direte, qual’era il loro problema, sì torniamo alla nostra storia. Già non vi ho detto che il fratello gemello, era molto simile a lui, alto, magro, ma diversi gli occhi, uno sguardo asimmetrico, un punto di domanda sul suo viso, mi verrebbe da dire, l’occhio destro dolce, acquoso e quello sinistro ammiccante, dolorosamente ammiccante, con la palpebra leggermente abbassata, occhi rapidi nel movimento e languidi nell’attesa, come a chiedere qualcosa a voler porre una domanda senza più sapere dove è finita la risposta, in quale recesso profondo dell’anima si è ritirata, resta solo la domanda. Sordomuto dalla nascita, gemello, nato per secondo da un parto complesso, la loro madre morta prima del parto, li hanno fatti nascere in fretta, salvati per un pelo, tirati fuori da uno scenario di  morte che già sapevano essere lì pronta a portarli via, a non farli più uscire da quel buio sconfinato, il mare di notte.
Forse lui lo sognava il mare di notte, quella distesa nero petrolio oleata, con qualche balenio di luce sulle onde silenziose in sordina. Sognava di essere su una barca in balia di quel nero profondamente scolpito, quasi materiale, le onde solitarie impercettibili. Non so se ve lo potete immaginare, essere sordi sul mare di notte, vedere quella distesa di nero brillante e coglierne il gusto di salsedine e l’odore di aringhe andate a male. Cosa cela quella distesa nero pece, cosa c’è sotto, cosa vi attrae pericolosamente, buttarvi per fendere quella profondità, scendere ancora più giù sempre più giù per fondere se stessi con quel nero sublime, amore, morte, tragedia.
Chi di voi non ha mai  provato questo? Non ha mai sentito l’impulso della morte quasi volontaria, della morte per amore, data dalla mano di chi amate dal profondo di quel nero, come quel nero. E lui amava gli anemoni gialli, lo sguardo che cadeva su di loro era possente, voleva possedere e gli occhi esprimevano l’invidia, voler avere e non potere, voler essere e non potere, lucida rabbia omicida, ma gialla, esplosa, espansa, lucida la mano.
Io forse li capisco quei due, li ho sempre capiti, la natura della loro tragedia era scritta nei loro gesti,  nel loro incedere insieme, uniti e divisi, eguali e opposti, tragedia di destini terribili, che non possono non ottemperare ad una legge sottostante, che sanno come finirà, che interpretano una storia già scritta dentro di loro, attori consumati nei loro ruoli terribili, ai quali non possono non cedere, un copione di morte e amore. Ma dov’è la tragedia, mi chiederete, cosa li ha spinti così avanti, a darsi la morte.
Lui era di poche parole quando era con il fratello, parlava con gli occhi, indicava i fiori, non sorrideva mai, se non quando si rivolgeva al fratello, aveva un modo particolare di comunicare con lui, un linguaggio da bimbi, imparato quando soli, senza madre, avevano visto l’uno nell’altro l’unica possibilità di amare ed essere amati, lo sguardo, la bocca che si muoveva in modo quasi impercettibile ad indicare parole mai potute sentire, a pronunciare suoni, solo suoni inarticolati. Quando si guardavano si capiva qualcosa, è difficile descrivere quel qualcosa che li univa in modo indissolubile e li avrebbe divisi sempre, anche nella morte. Negli occhi di ghiaccio in quel momento passava una luce fuggevole, amorosa, solo allora il cuore parlava, si scioglieva nell’abbraccio dell’altro, senza parole, si capiva un legame impossibile, ma vero, qualcosa che non poteva esistere, che non poteva essere detto e rimaneva lì. Lo sguardo del sordo accoglieva quella luce e rimandava un abbraccio languido, conscio di non poterlo sciogliere con il corpo.
Che cosa li univa? Cosa si dicevano con quello sguardo?
Dire che si amavano è troppo semplice, sarebbe banalizzare una storia così. C’era qualcosa di estraneo a loro, qualcosa che si era rotto prima, che avevano vissuto entrambi e ne erano usciti così, ognuno si portava la sua pena, ma la propria pena dipendeva dall’altro per esistere, e quella pena dava significato alla loro esistenza, era motivo di vita. Già pensate la morte diventa motivo di vita, che strana cosa, non ci avevo mai pensato. Beh, sapete, credo che tutti vogliano creare un capolavoro della loro vita, chi cerca di scalare il successo, chi guadagnare soldi o calcare la scena o chi, uomo comune, privo di altre scelte, può nella tragedia di sé creare un capolavoro, intessere un romanzo a puntate con i soli ingredienti atti a farlo: amore e morte, due costanti della vita, nascita e morte. Nati da una donna morta, gemelli, uniti da un destino impossibile, potersi amare ed unire per superare quella morte dannata, che come spina nel cuore li ha comandati per tutta la vita.
Già me lo immagino quella notte, finito il turno di lavoro, una notte come tante, inquieta, la luna a metà, l’asfalto nero, umido, il fiume carico di cadaveri trasportati.
Si toglie i guanti, le mani bianche, si ravvia i capelli con le dita sottili in un gesto già noto, gli occhi guardano il lento magmatico scorrere del fiume notturno, le luci bianche, ferme.
Si siede su una panchina, chiude gli occhi, e sa, sa che cosa lo aspetta là al quinto piano, qualcosa che da tempo attendeva, un appuntamento rimandato tante volte e non più rimandabile.
Il cuore è tranquillo, solo le labbra si contraggono in una morsa, sa quale destino lo attende .Guarda il fiume che scorre e sa che potrà trovare pace in quel fiume, questa notte, un gesto solo e tornerà al buio della sua anima trasformato, ripulito, purificato da quel gesto.
 Nuovamente cuore, anima.
Me lo immagino così, che non si può staccare da un pensiero, quella stessa domanda a cui nessuno di noi sa rispondere, ammiccare a qualcosa che già era scritto, ad una passione profonda che non può esistere, solo la morte e quella morte può salvare, può aiutare la sua anima a trovare pace, a non più ardere ai morsi dell’amore, del perdersi in qualcosa che non è più vita, morte,,amore, tragedia.
Sale le scale lentamente, gli occhi hanno una strana luce, quell’amore presentito potrà solo ora farsi morte per essere vita.
E la pistola silenziosa chiuse la notte-lo spasimo dell’orgasmo-uno sparo. Nel nero .Silenzio. sangue nero, giallo oro. Solo un po’ di gipsofila per finire. Bianco. Puro. Neve.


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