I fiori sono il mio mestiere, la mia gioia quotidiana e la
mia dannazione.
Un fiore. I fiori. Comporre i fiori è un’arte semplice, ma
un fiore rimanda subito ad un qualcosa di altro dietro le sue corolle,
un’emozione, un sentire profondo. Amo comporre i fiori e immaginarli simili
alla persona che me li chiede, a ciò che ho letto nello sguardo, un lampo
fuggevole, un piccolo gesto della mano, l’insicurezza dell’innamorato giovane o
lo studiato manierismo di chi sa vivere e sa già cosa significheranno quei
fiori.
I due gemelli ad esempio venivano sempre insieme, il sabato
mattina, a comprare fiori: li guardavano tutti, si guardavano e sempre
sceglievano cinque rose nere e tre anemoni gialli : quale magia nella scelta,
immaginatevi un mazzo di fiori così, nero e giallo, io poi aggiungevo un po’ di gipsofila e
tutt’intorno l’edera verde ed ecco che in quel mazzo di fiori sta tutta la loro
tragedia.
Ma come mai, chiederete voi, sono giunti a tanto?
Non so se sarò capace di darvi una spiegazione, ma io so cosa c’era dietro i loro occhi, lo so perché i fiori me l’hanno detto da sempre, si sapeva che sarebbe stato così, che qualcosa stava per accadere.
Allora guardate queste rose nere, la loro bellezza
inusitata, spavalda e tetra come vi colpisce, come permette alla vostra anima
di entrare in uno scenario di passione sordida, di qualcosa che sta tra l’amore
profondo e il gioco, complice la morte e l’anemone giallo ride, ma di un riso
amaro, sboccato, troppo intenso vicino ad una rosa nera. Per questo aggiungevo
a mia discrezione la gipsofila bianca che smorzava un poco quel contrasto
terribile, sì terribile perché rappresentano due mondi che si attraggono irresistibili,
con un magnetismo di morte,ma emanano un amore grande che va oltre loro e li
unisce.
Ogni tragedia porta in sé questo seme, trascendere il
comune, il noto, quel vivere quotidiano fatto di noia, di gesti già vissuti,
ieri, oggi e domani.
Ma torniamo a loro, ora vi spiego quello che so o che ho
capito, io, fioraia, nella mia piccola testa di donna, ma i fiori possono
parlare al mio cuore e da lì cercherò di svelare qualcosa di questo mistero:
sapete è facile giudicare, armare la propria bocca di parole sprezzanti, in una
storia come questa ognuno di voi potrebbe lanciare un monito, ma solo per paura,
per difendere se stesso, perché sa che in fondo alla sua anima c’è sempre
qualcosa di sordido, di putrido. Anche i fiori dopo un po’ puzzano e si portano
dietro proprio questo aspetto, la bellezza e il profumo fuori, il marcio sotto,
dentro. Entrambi sono il fiore, profumo fragranza e odore di marcio. Ognuno di
voi che ora mi guarda ha questo nel suo cuore, ve lo leggo nello sguardo quando
venite a comprare fiori per qualcuno. Li mettete nel vaso, poi dopo due giorni,
sfioriti, li buttate via e non pensate di guardarli, di vedervi l’analogia
della vostra vita. Sì, mi perdo ogni tanto in chiacchiere, torniamo a loro.
Non so se li avete mai visti, ma ve li descrivo.
Lui, alto, magro, un po’ statuario, biondo, di una bellezza
d’altri tempi, ma nell’incedere si notava qualcosa di estraneo a lui, come se
non vivesse proprio del tutto in questo mondo, i piedi galleggiavano nel passo
morbido, le anche flessuose, un che di femminile nelle movenze. Ma la cosa
particolare erano gli occhi, due zaffiri azzurro ghiaccio, sì di ghiaccio,
quando lo guardavi potevi perderti in quello sguardo, duro, vacuo,, privo di
sentimento, si potrebbe dire, o che celava una tragedia già prospettata
nell’anima, tragedia per la quale non era possibile altro che una fine
violenta, un vivere se stesso strappato tra due elementi, la bellezza,
l’armonia e la raggelante sicurezza di non riuscire ad amare, se non attraverso
il dolore, la pena, la colpa, il martirio, ma non per una giusta causa, ma per
poter salire sopra, andare oltre.
Immaginatevi il mazzo di fiori nero e giallo circondato dal
verde macchiato dell’edera: austerità, potenza, ma potenza del nero. Quando
tirava fuori il denaro dalla tasca dei pantaloni per pagare guardavo le sue
mani bianche, diafane, dalle lunghe dita affusolate, chissà avrebbe potuto fare
il pianista, già ,che ridere, me lo immaginavo muovere le dita sulla tastiera
con leggera maestria, sciogliere quel nodo della sua anima nella musica,
maledetta e maestosa. Ma non fece mai il pianista, era un mio gioco, faceva il
netturbino, puliva le strade di notte. Chissà amava la notte, ve lo dico io,
sicuramente viveva di notte, la notte è popolata di individui strani, pensate
agli scarafaggi, vivono di notte, si muovono solo con il buio, emettono un
rumore agghiacciante, proviene da un altro mondo, un mondo di fantasmi, già ci fa
paura la notte o ci affascina, come la rosa nera, passione e morte, qualcosa di
sublime. Perchè mi guardate con quell’aria interrogativa, che ne so io di
psicologia?
Non so, non me ne intendo di quella,non leggo riviste di
moda, non ho tempo, ma osservo la gente che vedo, quando entra nel negozio,
studio le mosse, immagino la loro vita, i loro pensieri, e vedo l’uomo e lo amo
come amo i miei fiori. Sono uguali, sapete, uomini e fiori, fiori e anime, lo
stesso problema. Ecco, ma direte, qual’era il loro problema, sì torniamo alla
nostra storia. Già non vi ho detto che il fratello gemello, era molto simile a
lui, alto, magro, ma diversi gli occhi, uno sguardo asimmetrico, un punto di
domanda sul suo viso, mi verrebbe da dire, l’occhio destro dolce, acquoso e
quello sinistro ammiccante, dolorosamente ammiccante, con la palpebra
leggermente abbassata, occhi rapidi nel movimento e languidi nell’attesa, come
a chiedere qualcosa a voler porre una domanda senza più sapere dove è finita la
risposta, in quale recesso profondo dell’anima si è ritirata, resta solo la domanda. Sordomuto
dalla nascita, gemello, nato per secondo da un parto complesso, la loro madre
morta prima del parto, li hanno fatti nascere in fretta, salvati per un pelo,
tirati fuori da uno scenario di morte
che già sapevano essere lì pronta a portarli via, a non farli più uscire da
quel buio sconfinato, il mare di notte.
Forse lui lo sognava il mare di notte, quella distesa nero
petrolio oleata, con qualche balenio di luce sulle onde silenziose in sordina.
Sognava di essere su una barca in balia di quel nero profondamente scolpito,
quasi materiale, le onde solitarie impercettibili. Non so se ve lo potete
immaginare, essere sordi sul mare di notte, vedere quella distesa di nero
brillante e coglierne il gusto di salsedine e l’odore di aringhe andate a male.
Cosa cela quella distesa nero pece, cosa c’è sotto, cosa vi attrae
pericolosamente, buttarvi per fendere quella profondità, scendere ancora più
giù sempre più giù per fondere se stessi con quel nero sublime, amore, morte,
tragedia.
Chi di voi non ha mai
provato questo? Non ha mai sentito l’impulso della morte quasi
volontaria, della morte per amore, data dalla mano di chi amate dal profondo di
quel nero, come quel nero. E lui amava gli anemoni gialli, lo sguardo che
cadeva su di loro era possente, voleva possedere e gli occhi esprimevano
l’invidia, voler avere e non potere, voler essere e non potere, lucida rabbia
omicida, ma gialla, esplosa, espansa, lucida la mano.
Io forse li capisco quei due, li ho sempre capiti, la natura
della loro tragedia era scritta nei loro gesti,
nel loro incedere insieme, uniti e divisi, eguali e opposti, tragedia di
destini terribili, che non possono non ottemperare ad una legge sottostante,
che sanno come finirà, che interpretano una storia già scritta dentro di loro,
attori consumati nei loro ruoli terribili, ai quali non possono non cedere, un
copione di morte e amore. Ma dov’è la tragedia, mi chiederete, cosa li ha
spinti così avanti, a darsi la morte.
Lui era di poche parole quando era con il fratello, parlava
con gli occhi, indicava i fiori, non sorrideva mai, se non quando si rivolgeva
al fratello, aveva un modo particolare di comunicare con lui, un linguaggio da
bimbi, imparato quando soli, senza madre, avevano visto l’uno nell’altro
l’unica possibilità di amare ed essere amati, lo sguardo, la bocca che si
muoveva in modo quasi impercettibile ad indicare parole mai potute sentire, a
pronunciare suoni, solo suoni inarticolati. Quando si guardavano si capiva
qualcosa, è difficile descrivere quel qualcosa che li univa in modo
indissolubile e li avrebbe divisi sempre, anche nella morte. Negli occhi di
ghiaccio in quel momento passava una luce fuggevole, amorosa, solo allora il
cuore parlava, si scioglieva nell’abbraccio dell’altro, senza parole, si capiva
un legame impossibile, ma vero, qualcosa che non poteva esistere, che non
poteva essere detto e rimaneva lì. Lo sguardo del sordo accoglieva quella luce
e rimandava un abbraccio languido, conscio di non poterlo sciogliere con il
corpo.
Che cosa li univa? Cosa si dicevano con quello sguardo?
Dire che si amavano è troppo semplice, sarebbe banalizzare
una storia così. C’era qualcosa di estraneo a loro, qualcosa che si era rotto
prima, che avevano vissuto entrambi e ne erano usciti così, ognuno si portava
la sua pena, ma la propria pena dipendeva dall’altro per esistere, e quella
pena dava significato alla loro esistenza, era motivo di vita. Già pensate la
morte diventa motivo di vita, che strana cosa, non ci avevo mai pensato. Beh,
sapete, credo che tutti vogliano creare un capolavoro della loro vita, chi
cerca di scalare il successo, chi guadagnare soldi o calcare la scena o chi,
uomo comune, privo di altre scelte, può nella tragedia di sé creare un
capolavoro, intessere un romanzo a puntate con i soli ingredienti atti a farlo:
amore e morte, due costanti della vita, nascita e morte. Nati da una donna
morta, gemelli, uniti da un destino impossibile, potersi amare ed unire per
superare quella morte dannata, che come spina nel cuore li ha comandati per
tutta la vita.
Già me lo immagino quella notte, finito il turno di lavoro,
una notte come tante, inquieta, la luna a metà, l’asfalto nero, umido, il fiume
carico di cadaveri trasportati.
Si toglie i guanti, le mani bianche, si ravvia i capelli con
le dita sottili in un gesto già noto, gli occhi guardano il lento magmatico
scorrere del fiume notturno, le luci bianche, ferme.
Si siede su una panchina, chiude gli occhi, e sa, sa che
cosa lo aspetta là al quinto piano, qualcosa che da tempo attendeva, un
appuntamento rimandato tante volte e non più rimandabile.
Il cuore è tranquillo, solo le labbra si contraggono in una
morsa, sa quale destino lo attende .Guarda il fiume che scorre e sa che potrà
trovare pace in quel fiume, questa notte, un gesto solo e tornerà al buio della
sua anima trasformato, ripulito, purificato da quel gesto.
Nuovamente cuore,
anima.
Me lo immagino così, che non si può staccare da un pensiero,
quella stessa domanda a cui nessuno di noi sa rispondere, ammiccare a qualcosa
che già era scritto, ad una passione profonda che non può esistere, solo la
morte e quella morte può salvare, può aiutare la sua anima a trovare pace, a
non più ardere ai morsi dell’amore, del perdersi in qualcosa che non è più
vita, morte,,amore, tragedia.
Sale le scale lentamente, gli occhi hanno una strana luce,
quell’amore presentito potrà solo ora farsi morte per essere vita.
E la pistola silenziosa chiuse la notte-lo spasimo
dell’orgasmo-uno sparo. Nel nero .Silenzio. sangue nero, giallo oro. Solo un
po’ di gipsofila per finire. Bianco. Puro. Neve.
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